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Castello di Acaya

Il Castello di Acaya

Il Castello di Acaya, una fortezza dall’aspetto elegante

Il piccolo centro di Acaya è frazione di Vernole e sorge a pochi km da Lecce, verso il mare, protetto dalla quadrangolare cinta muraria e circondato da un ampio fossato.
Nell’angolo posto a Sud-Ovest sorge il Castello ed è la parte più antica di tutto il complesso. Il castello fu costruito nel 1506 dal feudatario locale Alfonso Acaya. In quel periodo il nome del paese era Sègine, nel 1535 quando il figlio di Alfonso, Gian Giacomo, costruì le cinta murarie a difesa del paese, fortificò il castello con baluardi, bastioni e fossato e diede un piano urbanistico al villaggio insieme ad un nome nuovo, quello del suo casato.

Da ciò che si evince dalla lapide posta sulle mura di cinta, le origini di Acaya sembrano essere greche. Essi, dalla Grecia sarebbero passati in Francia, di lì poi venuti in Puglia nel XIII secolo, al tempo di Carlo II d’Angiò.

Gian Giacomo era un esperto architetto militare cui Carlo V ed il vicerè Don Pedro di Toledo affidarono la costruzione di importanti fortificazioni, tra cui il Castello di Lecce (Carlo V), le cinta di Crotone e la fortezza di Sant’ Elmo presso Napoli. La pianta del Castello è trapezioidale e ai due spigoli diametralmente opposti, Nord-Est e a Sud-Ovest, sordono due torrioni rotondi e alti quanto le cortine ed ornati da archetti e beccatelli. La forte sporgenza di queste torri cilindriche rispetto alle cortine, costituiva un’eccellente sistema difensivo secondo la tecnica del fiancheggiamento e della difesa radente. Tutti i bastioni posseggono cannoniere a tutti i livelli.
L’angolo a Sud-Est è munito di un imponente baluardo dallo spigolo molto appuntito rivolto verso il mare e alle zone acquitrinose della zona. Il quarto angolo, si congiungeva con le mura di cinta. Torri, cortine, bastioni, costruiti interamente in pietra leccese di grana molto fine, sono difesi tutt’intorno da un doppio ordine di casamatte rivolto verso il fossato l’una, verso la campagna l’altro. L’unico ornamento è costituito da un coronamento delle due torri ad archetti, beccatelli e stemmi in bassorilievo. Solo una finestra presenta una decorazione accentuata. Nel cortile una scala a giorno ad una rampa porta agli ambienti del piano superiore, ormai ridotti al sei, oltre alla sala della Corte Maggiore e a quella quadrata all’interno del bastione, sulla cui volta è dipinto il grande stemma del re di Spagna. Il primo ambiente da cui si accede dalla scala, è notevole per la sua volta costituita da crociere multiple. La torre circolare a Nord-Est presenta all’interno una sala poligonale a nove laticoperta da una volta a calotta e illiminata da due finestre che sono di limitate proporzioni, robabilmente per questioni di sicurezza. Oltre alle finestre, nelle pareti della torre si aprono saettiere e cannoniere. In cima ai muri interni, inoltre, corre tutt’intorno un ricco fregio scolpito che raffigura festoni di frutta, uccelli, foglie e cornucopie. Verso l’ingresso, due ritratti, probabilmente quelli di Alfonso dell’Acaya e quello di sua moglie Maria Francone. Questa torre dunque deve aver avuto una duplice funzione di casamatta e di sala di rappresentanza. L’ingresso del Castello si apre Nord-Est, ma la porta non è quella originale come rivelano le ammorsature dei blocchi che la compongono. Essi infatti paiono aggiunti in secondo tempo rispetto a quelli della muratura circostante. L’aspetto dell’ingresso è quello del portale di un palazzo e non certo di una fortezza. Morto Gian Giacomo nel 1570, il feudo di Acaya passò al regio fisco e poi nel 1608 ad Alessandro de Montibus che lo fortificò ulteriormente. Da questi tornò alla corte regia, quindi nel 1688, ai de Montibus Sanfelice, poi ai Vernazza, senza che il castello ricevesse sostanziali trasformazioni, se si accetta la devastazione che subì da parte dei Turchi nel 1714.
Nel corso della recente ristrutturazione del Castello, dal lato nord dell’antico maniero sono affiorate le tracce di una costruzione di epoca medioevale poi rivelatasi una piccola chiesa bizantina e sotto di essa alcune sepoltura già violate.
Durante i lavori di restauro è stato ritrovato anche un affresco all’interno di una intercapedine. Si tratta della Dormitio Virginis databile alla seconda metà del Trecento, di circa quattro metri per tre. La raffigurazione, perfettamente conservata, rappresenta gli Apostoli che assistono la morte della Vergine e Gesù che ne raccoglie l’Anima in presenta del Padre, secondo la tradizione iconografica che fa riferimento ai Vangeli apocrifi.

Il 25 gennaio 2001, durante gli scavi a pochi metri dalle mura, in prossimità delle scuderia, sono state riportate alla luce una serie di tombe, fosse comuni e cunicoli. Nella prima fossa aperta stavano uno a fianco all’altro quattro teschi ed altre ossa umane, probabilmente decapitate, che appartennero probabilmente a uomini di età compresa tra i 25 e 30 anni. Negli spazi adiacenti, vari resti: ossa del bacino e degli arti inferiori di una persona molto alta. Un elemento interessante emerso dal sopralluogo dei tecnici della Soprintendenza di Bari diretti dall’architetto Antonio Bramato è che le sepolture avvennero contestualmente, dunque se saranno ritrovate altre tumulazioni collettive sarà legittimo supporre che siano di soldati caduti in una delle cruente battaglie che fra il 1200 ed 1300 tormentarono l’antica Acaya: Segine.

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